Questo volume, scritto da Valerie Stivers e arricchito dalle belle illustrazioni di Katie Tomlinson, pubblicato in Italia molto recentemente, nel marzo 2026, dalla casa editrice L’Ippocampo – graditissimo dono di un’amica – è una sorta di viaggio letterario e gastronomico che esplora il legame tra grandi autori e i piatti che hanno descritto o amato, un percorso tra i peccati di gola di autrici e autori che dalla cucina hanno tratto grande ispirazione.
L’autrice scrive dal 2017 su The Paris Review nella rubrica «Eat Your Words», in cui esamina la letteratura attraverso la lente del gusto e propone ricette di sua creazione.
“Le ricette di questo libro e i disegni che le accompagnano si rifanno più alla vita che all’opera di grandi scrittori, le cui abitudini alimentari restituiscono inusuali e illuminanti profili biografici. Dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei! Roald Dahl, che amava i dolciumi tanto quanto i bambini della Fabbrica di cioccolato, teneva un barattolo di caramelle gommose sul comodino, per improvvise voglie notturne. Lecito sospettare che non sia mai cresciuto del tutto, e proprio lì sta il fascino irriverente dei suoi libri. Nei suoi romanzi, Dahl punisce i colpevoli con cattiveria e sadica gioia, schiacciandoli sotto pesche giganti o sommergendoli in fiumi di cioccolato. Eppure riescono sempre a cavarsela, perché le punizioni rimangono confinate nell’innocenza e nell’immaginazione dell’infanzia.”
Sono oltre cinquanta gli scrittori che la Stivers prende in esame e provengono da ogni parte del mondo. Il primo in ordine cronologico è Cervantes, mentre l’autrice più giovane è la coreana Han Kang, Nobel per la Letteratura nel 2024.
Quanto alle ricette, spiega l’autrice,
“In molti casi sono riuscita ad abbinare allo scrittore un piatto di sua invenzione, o per lui abituale, oppure associato a lui da altri. Alcune ricette, pubblicate su The Paris Review, le ho ideate in omaggio all’autore prescelto. Tutte si attengono fedelmente alla documentazione storica e riportano i dosaggi originali (quando presenti), indicando procedimenti e utensili dell’epoca, senza garanzie di successo. Ma che vi riesca al primo colpo o meno, cimentarvi in uno di questi piatti sarà pur sempre una bella storia da raccontare.”
Il viaggio che il libro propone è molto piacevole e pieno di scoperte sul rapporto tra scrittore/scrittrice e cucina. Due soli esempi, molto diversi tra loro: Andrea Camilleri e il suo commissario Montalbano, Emily Dikinson e le sue poesie.
“Se in Italia Andrea Camilleri è uno degli scrittori più amati e celebri, oltreconfine il commissario Montalbano è ben più famoso di lui. Eppure, anche la vita dello scrittore è una storia da raccontare: autore per il piccolo schermo fino al 1994, era ormai prossimo alla settantina quando pubblicò La forma dell’acqua, prima avventura di Montalbano. Tra scartoffie, colleghi corrotti, una fidanzata gelosa e qualche cadavere di troppo, l’affascinante commissario vive un’esistenza movimentata. Combattivo e sempre in allerta, s’impegna a fondo nel suo lavoro senza per questo privarsi della squisita cucina siciliana, e men che meno rinunciare ai tre pasti di rito quotidiani. Nei 28 titoli della fortunata serie (compreso l’ultimo, uscito postumo nel 2020) abbondano le specialità marinare della sua isola, sempre descritte con colorita efficacia.”
Nel 2012, in un’intervista a The Guardian, Camilleri ci tenne a sottolineare che le abitudini alimentari del Commissario erano una necessaria compensazione del suo lavoro d’investigatore. «Succede anche nei libri di Simenon, dove Maigret è un uomo che ama la buona cucina. Credo che sia una sorta di inconsapevole rivendicazione di vitalità, la conferma che si è vivi di fronte alla reiterazione della morte. Forse mangiando si esprime inconsciamente una forza vitale.»
La ricetta proposta dalla Stivers è quella delle sarde a beccafico.
Ma veniamo ora al secondo esempio, quello di Emily Dickinson, poetessa statunitense vissuta tra il 1830 e il 1886.
Così ce la presenta nel suo libro la Stivers:
“Cuocere in forno e scrivere poesie sono ottimi passatempi per una persona solitaria, e anche se hanno poco in comune, in entrambi il corretto equilibrio degli ingredienti, sapientemente associati, crea una perfetta alchimia, che si tratti di parole, torte, pane o muffin. Emily Dickinson, la scrittrice che vestiva sempre di bianco, li amava ambedue. […] Di lei si apprezzava soprattutto l’abilità nell’arte bianca. Nel settembre del 1845, Emily scriveva all’amica Abiah Root: «Domani imparerò a fare il pane. Quindi, immaginami con le maniche rimboccate mentre mischio farina, latte, bicarbonato & co., non senza una buona dose di grazia». E presto si vantò di fare un pane talmente buono da essere l’unico gradito anche a suo padre. Spesso Emily inviava pacchi di generi alimentari agli amici, ai malati o ai bisognosi, e talvolta inseriva tra i doni un fiore pressato o una poesia.”
La ricetta proposta in questo caso è quella della torta al cocco. Mentre i dolci lievitavano in forno, Emily scarabocchiava poesie sul retro delle ricette. Non a caso – come ci ricorda la Stivers – una prima stesura di Diverse cose non potranno mai tornare compare proprio dietro la preparazione della torta al cocco!