Ricevuto in regalo qualche tempo fa da una cara amica, questo originalissimo libriccino, edito da Sellerio, propone un confronto veramente singolare.
Luca Mariani, storico dell’arte, Agata Parisella, chef, e Giovanna Trapani, giornalista di cucina, hanno scelto trentasette nature morte italiane e fiamminghe, del periodo d’oro tra Seicento e Settecento. Le hanno riprodotte e commentate singolarmente con una scheda critica e hanno accompagnato ciascuna di esse con la ricetta di un piatto elaborato dalle vivande, comuni o raffinate, rappresentate nel quadro corrispondente.
“L’odierna definizione di natura morta – scrive Mariani – appartiene alla seconda metà del Settecento, ed è il termine con il quale viene definito quel genere artistico basato sulla rappresentazione di oggetti inanimati, siano essi appartenenti al mondo naturale, come fiori, piante, verdure o piccoli animali, sia al mondo artificiale, come strumenti musicali, piatti, oggetti di arredo, mappamondi e piccole sculture, allo scopo di illustrare in modo più o meno dettagliato l’aspetto visibile di essi, finalizzando questa indagine alla scoperta della loro essenza interiore. La segreta speranza dell’artista è dunque quella di scoprire un meccanismo naturale interno ad essi, che li fa essere così come ci appaiono, indipendentemente dall’intervento dell’uomo, ma che si manifesta in maniera concreta solo tramite la loro trasposizione in immagini: l’opera dell’artista non è dunque solo quella di «copiare» una realtà, ma di proporne una nuova, leggibile soltanto attraverso l’interpretazione pittorica, che è il processo con cui egli riempie del proprio spirito le cose inanimate. […]
E proprio dallo sviluppo pittorico delle natura morte tra Seicento e Settecento nasce e si sviluppa l’idea di accostare la creazione del pittore a quella del cuoco che è alla base del libro.
“Nel vasto panorama della natura morta in pittura – prosegue Mariani – si andò rapidamente affermando, si potrebbe dire quasi in modo spontaneo e naturale, lo studio e la rappresentazione dei prodotti naturali che, mescolati e fusi tra loro, così come accade in una composizione pittorica, davano vita a vivande comuni o raffinate, alle quali avvicinarsi in una piena esperienza sensibile. […] La sempre più raffinata tecnica pittorica si era spinta a tal punto nella resa dell’immagine che finì per dar corpo ad una sua propria realtà, al di fuori dello spazio e del tempo, perennemente incapsulata entro la cornice della tela, posta per sempre in quelle condizioni di luce e di processo vitale: vari frutti della natura o ignorati e comuni oggetti d’uso assumono, nel loro assetto compositivo, un’importante posizione autocelebrativa, affermando con maggiore sicurezza il loro ruolo di protagonisti dello spazio e della vita dell’uomo. Per concludere ci piace immaginare vicini, ma non rivali, il pittore che compone sulla tela il suo quadro, mescolando i colori, nella loro qualità primaria di strumenti ottici, che sono gli ingredienti della sua opera, e il cuoco che utilizza i vari componenti del futuro piatto di portata, per il loro valore di gusto e profumo, mescolandoli e distribuendoli poi sul piatto come su di una ricca tavolozza.”
Così, a titolo di esempio, il primo quadro scelto è la bella Natura morta con pane, limoni, fiori e uova, dipinta dal napoletano Tommaso Realfonso.
La ciambella di pane intrecciata, con la sua forma elaborata, viene collocata dall’autore in primo piano, al centro della tela, affiancata da due grossi limoni rugosi e da un brillante vaso di fiori. Sulla destra un ricco vassoio di uova sode e salame fa pensare a una colazione semplice nei sapori ma curata nella presentazione: alcune uova sono state aperte, mentre sullo sfondo si intravvedono forme di formaggio stagionato.
“La fragranza della ciambella che sembra appena sfornata – commenta Mariani – ben si accompagna all’intenso sapore dell’insaccato e delle uova, sostenuta dall’inebriante profumo dei fiori che si protendono dal vaso o che compongono il mazzetto posto sulla tovaglia, in una esplosione di immagini e di sapori che fanno dell’opera un vivace inno alla gioia del cibo.”
E quale potrà mai essere la ricetta suggerita da questa natura morta se non una grande ciambella di pane? Magari arricchita di noci tritate, di buccia di cedro e di tre uova sode sbucciate e disposte sulla treccia prima di infornarla.
Una ricetta che si conclude con indicazioni precise sulla presentazione del piatto, perfettamente in linea con il dipinto di Realfonso: “disporre su un vassoio i salumi affettati e le uova sode tagliate a spicchi, servire con la treccia di pane, appena sfornata.”